Folclore

Il folclore del territorio

Salone delle Eccellenze

L’acqua il bene più prezioso di Calvisano

Festa delle Bradelle

L’8 settembre, per la tradizione calvisanese, si festeggia la Madonna delle Bradelle: nel passato era grande festa, lungo viale del cimitero c’erano bancarelle di ogni genere e i ragazzi si divertivano a bagnare i passanti, in modo particolare le ragazze!…..tante risate e poco importava se ci si prendeva una doccia fredda.
Estratto da “La voce di Calvisano”, bollettino parrocchiale articoli pubblicati negli anni passati.

Ultimamente in occasione della festività della Madonna delle Bradelle le famiglie Zanetti organizzano una pesca di beneficienza e il ricavato serve per le varie necessità della chiesa di S.Maria delle Grazie, detta delle Bradelle, sita nei pressi del cimitero, la più antica chiesa eretta nel periodo longobardo del territorio di Calvisano.

La nostra patrona

Sagra “Il pane di San Michele”

Il 29 settembre è la festa dei tre Arcangeli, ma per Calvisano, in questo giorno si rinnova il rito di “Il pane di San Michele”.

Il pane benedetto commissionato dal comune e fornito dai panifici locali.

La leggenda tramandata nei secoli vuole che il 29 Settembre del 1109 l’arcangelo Michele portò un carro di pane che salvò la popolazione di Calvisano, stremata da un lungo assedio, dalla fame e dalla resa del nemico.

Nei racconti dei nonni il pane du San Michele si dovrebbe conservare perché avrebbe il potere di debellare le malattie invernali.

Perché Calvisà el paes dè ‘i oc

“Man mano che le brulle campagne bresciane dette più comunemente “brughiere” si allontanavano alle spalle del viaggiatore frettoloso, un Paesaggio più ameno e interessante si apriva sul suo percorso: campi scuri, appena arati o rigogliosi di granoturco, filari di gelsi ed imponenti pioppi lungo i corsi d’acqua, insediamenti sparsi stanziati più o meno regolarmente tra i prati che regalavano il verde senza parsimonia e, immancabile, qualche nota di antico là dove l’occhio riusciva a mettere fuoco una severa costruzione feudale o una più distensiva villa seicentesca. Infine le torri, di varie dimensioni, che annunziavano il paese, a meno che, messaggere della segnaletica non fossero dei simpatici e impettiti “pennuti” che, in tempi senz’altro più tranquilli, circolavano liberamente appropriandosi anche della strada riservata ai veicoli e ostruendo ovviamente il traffico.

“Paés dei oc” commentava spazientito l’autista frettoloso, aspettando che il branco gli lasciasse il passaggio.

“Calvisà , paés dei oc” ammicca oggi con nostalgia chi ha avuto l’occasione di fare quegli incontri o chi, abitualmente, gustava i quattro passi lungo Via Noa (via Lechi) dove le acque del Saugo rigurgitavano di oche che, quasi sempre facevano scalo sul sagrato per mettersi in vetrina.”          

(Adriana Pari)                                                           

L’addomesticamento dell’oca, nelle abitazioni del vecchio borgo, era abbastanza sofferto, sia dal povero animale, ma ancor più dagli abitanti. Le oche richiedevano il pascolo e questo compito era riservato ai bambini che, tornati da scuola, si munivano di bastoncino (stroppa) e persino della scopa e le portavano lungo le rive dei fossi trasformando il dopo-scuola in un gioco. Con un occhio si controllava che le oche non saccheggiassero i campi, e con l’altro si controllava il gioco delle “marmorine” (cicche). Le oche costringevano i ragazzini a continui spostamenti perché esaurivano presto l’area destinata a pascolo.

Quando il gozzo era pieno era facile raggrupparle e ritorno a casa. Prima che le oche prendessero sonno occorreva una buona cena fatta di un impasto con la farina o la crusca.

In autunno i pasti miglioravano di qualità e sostanza, si diminuiva la dose di erba e, man mano che si avvicinava l’ultima ora, si aumentavano i farinacei. Proprio in questo periodo si procedeva all’ingozzatura dell’oca, operazione che richiedeva buone competenze per non farle soffocare e per non prendere “becconi”. Durante l’ingozzatura le oche venivano rinchiuse in un piccolo recinto perché non si muovessero aumentando così l’ingrasso.

Le oche venivano allevate anche per il piumino, quest’ultimo si ricavava due volte all’anno: a metà luglio e in autunno, quando si uccidevano. Quando si procedeva alla spennatura, le oche schiamazzavano terribilmente, ma non sfuggivano dalle mani della massaia. Ogni anno si ricavavano due etti di piumino per oca che si vendeva a buon prezzo al mercato.